L'ALTALENA

Pubblicato il da stefy.stefy

L'ALTALENA

Una volta, un giorno Carla era su, un giorno era giù.

Un giorno Carla si sentiva al massimo e quando era al massimo era entusiasta, era piena di adrenalina, era super stimolata e super stimolante.

Un giorno Carla si sentiva al minimo e quando era al minimo era abbattuta, tanto da sentirsi cosi stanca a livello fisico, spossata e non in grado di fare e fronteggiare nulla.

Poi, piano piano, aveva imparato a moderare, cercando di non provare: per non provare tristezza assurda, ma cosi neanche felicità estrema.

Che se anche è bello essere felici da non contenere perché è esaltante, è brutto quando la tristezza e il senso di inadeguatezza ti investono travolgendo tutto il tuo mondo.

Per questo Carla aveva imparato a moderare, a controllare ad identificare e non specificatamente in questo ordine. In modo scientifico, prima identificava l’emozione e se questa inizia ad innalzarsi, la moderava e infine, cosi la controllava, appiattendola.

Non sentiva e riusciva a sopravvivere alle sue sensazioni dirompenti, non provandole. Non esisteva il bello, ma neanche il brutto, tutto era accettabile.

Cosi aveva trovato un equilibrio sul niente, perché si, non soffri, ma si, neanche esulti; perché si, non sei tormentato, ma neanche ti diverti, perché si non provi pena, ma neanche vivi.

Ma un giorno, l’equilibrio precario su cui camminava si inclina, sbilanciandola. Ma di uno sbilanciamento bello. E Carla, che si sentiva pronta a controllare le oscillazioni e al fatto che se fosse andata troppo in alto, sarebbe stata in grado di rallentarle, si lasciò sbilanciare.

E come era bella l’aria che le spettinava i capelli e come era bello il movimento che le faceva respirare la fragranza di un nuovo giorno.

Un numero, un segno, una chat.

Aveva ricevuto un messaggio di whats app, da un numero sconosciuto. E il messaggio diceva:

Il tuo odore mi è rimasto in testa

Era un uomo : una donna non avrebbe mai usato “odore, ma profumo”. La sicurezza di carla era disarmante. Poteva essere una donna ad un’altra donna, poteva essere un uomo ad un altro uomo, poteva essere una donna ad uomo, ma per lei era un uomo ad una donna.

Ma lui aveva sbagliato numero e non era lei la destinataria di quel messaggio, ma era lei che l’aveva ricevuto.

Sicuramente qualcuno aveva sbagliato o forse qualcuna aveva dato il numero sbagliato per non essere ricontattata. e Carla, che non amava le chat, anzi era fissa sui preconcetti di quella modalità tanto lontana dal suo essere, ne era rimasta un po’ scossa.

Ma il messaggio era bello, diceva: mi sei rimasta in mente, mi è rimasta la voglia di te, ci rivediamo. Cosi lo leggeva. Ancora la sua convinzione, la sua proiezione era chiara nella sua mente  non lasciava alternative.

Profumo di donna. Ogni donna ha un suo profumo e l’olfatto è un senso spesso sottovalutato. Bello che avesse identificato questo senso per ricordarla. Particolare.

E non l’aveva cancellato e non l’aveva lasciato stare come avrebbe fatto in un altro momento, quando era lontana dall’altalena. Ogni tanto ci tornava, ci pensava. E intanto stava salendo sull’altalena e stava per darsi una spinta ed iniziare a volteggiare.

E allora perché non stupire e, per prima, se stessa?

Perciò, alle 9 e mezza della mattina di quell’ultimo lunedì del mese, prima della riunione di budget, noiosamente incentrata su numeri da non dare e su assunzioni da fare, su calcoli e previsioni, sulla schematizzazione di un sistema e sull’inquadramento di un andamento, rispose, appena prima di entrare in riunione.

Pensata, ragionata nei tempi e nei modi. Calcolata, ma estremamente azzardata.

Non salutare, non creare confidenza, ma osare. Un po’ aprire, scrivere del niente sottintendendo il tutto, creare immagini, proiettando sensazioni. Ermetica, non troppo, metaforica anche no, sintetica, diretta e accennante. Difficile, quasi impossibile.

In fondo, però, scherzando, si può dire quello che si vuole, ma senza esporsi troppo.

E perciò:

E’ finita davvero solo se non ricordi l’odore

Diceva: non è finita, ci possiamo rivedere, anche io mi ricordo di te. Carla non l’aveva mai fatto, ma a Carla piaceva e si sentiva libera di scrivere, protetta da un’identità sconosciuta, da una storia non sua, dall’immaginazione proiettante. Si era data la prima spinta e iniziava a dondolare.

Pochi attimi e un pling annuncia il messaggio di ritorno. Per fortuna era in riunione, per fortuna non poteva, anche se voleva, guardarlo, per fortuna un impedimento fisico la tratteneva, ma fremeva.

Cosa avrà risposto? E adesso cosa avrebbe fatto lei? Doveva dirgli che non era la persona che lui credeva. Si domandava perché avesse mai risposto e allo stesso tempo, non vedeva l’ora di leggere il messaggio e magari pensare a quello successivo.

E intanto l’altalena prendeva velocità, oscillando tra l’euforia del nuovo e dell’ignoto e il sentimento di inadeguatezza che la pervadeva.

La velocità era il tema, l’accelerazione che l’altalena stava prendendo, che se da un lato la lanciava sempre più in alto, dall’altro la faceva tornare giù e, senza che lei ne avesse il controllo. Ma come le piaceva l’aria fresca.

Cosi alla fine della riunione, ma nello stesso momento in cui l’ultima parola sull’argomento era stato detta, e mentre ancora i convenevoli si esaurivano, Carla raccoglie le sue cose, esce dalla sala e corre in bagno.

Si chiude e prende il telefono, legge e …..

Non ho capito, scusa

Cioè non ha capito? Cioè tutto il “ci possiamo rivedere, perché niente è finito; anche io mi ricordo di te etc. non è passato? Era il suo modo di pensare, era il suo modo di comunicare, era la sua lingua, ma non era il suo registro, quello scritto, e non era qualcuno che la conosceva e non era riuscita a trasmettere ciò che voleva dire. Non era per lei, lo sapeva, non avrebbe dovuto rispondere, infatti. L’altalena stava scendendo e la stava portando giù. Non era riuscita ad essere intrigante, non era riuscita a perpetrare quell’interesse mostrato, non era riuscita a comunicare. Ma Carla comunicava con le parole con le intonazioni, con le movenze, con i gesti. Parole, che creano immagini, allusioni che creano universi paralleli, sovrapposizioni, in pochi tasti digitati erano una sfida troppo grande.

Ma la droga delle emozioni provate, che segue un periodo di appiattimento delle sensazioni aveva avuto effetti dirompenti e l’aveva spinta ad ingaggiare un balletto. Un balletto di parole e frasi, condite da faccine. Uno smercio di parole protetto da un filtro reale, che liberava le menti.

E l’innesco era dato.

E l’altalena oscillava, oscillava tra il bello dello scambio e il brutto della aspettativa delusa o attesa.

E Carla controllava sempre meno. Si faceva portare dal dondolio e iniziava a volare in alto con la mente. Perché se scrivi immagini e se immagini la tua immaginazione crea e se la tua immaginazione crea la realtà diventa parallela ed è difficile razionalizzare.

Ma lei riportava a quello che era, un confidente scambio di parole, neanche così intenso con uno sconosciuto. Lei controllava, perché lei ricordava “divertirsi senza lasciarsi andare per non rischiare di farsi male”.

E dopo qualche giorno di scambio, ancora Carla non gli aveva detto che lei non era lei. Intanto il week end si avvicinava.

Cosi lui venerdì pomeriggio, le chiede che programmi avesse per il week end.

L’altalena si ferma bruscamente e chiaramente Carla risente del contraccolpo.

Forse doveva dirgli la verità; forse doveva incontralo senza dirgli niente, lui magari si sarebbe invaghito di lei a prima vista e ….vissero felici e contenti o forse doveva sparire.

la verità: si arrabbierà, lei si sarebbe arrabbiata se l’avesse fatto lui

incontralo etc etc: belle le favole molto ma, questo no, non può succedere e Carla lo sapeva.

E cosi Carla sparisce.

Non risponde più, blocca il contatto, si eclissa. Era l’unico modo per controllare e ritornare a stare seduta, senza dover oscillare, senza dovere affrontare.

 

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