LA PILLOLA DELLA LIBERAZIONE

Pubblicato il da stefy.stefy

Liberamente ideata con Davide, alias Kolui.

Non ho la pillola , ma la sifa è che ognuno provi a rispondere alle domande

e se non puoi smettere di pensare, pensa alle inifinite possibilità

e se non puoi smettere di pensare, pensa alle inifinite possibilità

In un tempo che deve venire ancora, ma che forse sarà, in un mondo che intorno era:

  • guerre nei paesi già poveri. Esplosioni e individui che scappano da un conflitto di cui non conoscono le ragioni e le origini, che non combattono, in cui non credono, ma di cui subiscono le infinite conseguenze.
  • profughi che arrivano su improbabili gommoni, ammassati, senza distinzione di sesso o età, mossi solo dal desiderio di fuggire da qualcosa di peggio per andare verso qualcosa di solo brutto.
  • povertà, sul ciglio delle strade intere famiglie di 2 adulti e diversi bambini
  • traffico nelle grandi città con ingorghi e rumori
  • gente che cammina velocemente, guarda davanti a sé senza vedere, solo le labbra si muovono perché parla al telefono o ascolta la musica, perché non vive l’intorno ma solo il suo piccolo, limitato spazio
  • website, la rete che ci tieni imbrigliati e, nell’illusione della condivisione e delle informazioni alla portata di tutti, ci rinchiude a schemi prefissati e sensi critici definiti.
  • suicidi crescenti e dilaganti nei paesi sviluppati e “progredenti”, che proiettano nel prossimo decennio l’annientamento della popolazione di età media, abile a procreare e contribuire all’avanzamento del progresso.

Per fare fronte a questo declino, le entità governative hanno trovato nella pillola della liberazione, il rimedio   al bisogno di evasione dalla vita. Una miracolosa pillola che, se assunta mensilmente, controlla l’impulso al suicidio, permettendo all’individuo di alleggerire il peso dei ritmi, riallineare lo staccamento da se stesso, accettare l’ineluttabile consapevolezza di impotenza, convivere con un’insostenibile vacuità e affrontare il senso di solitudine che lo divora, facendogli sopportare di sopravvivere.

Ogni mese, per 5 mesi, entrando nella stanza, assumendo la pillola, ci si spoglia dei fardelli di pensieri negativi che si costruiscono in un dolore dell’anima insostenibile, si lavano via i pensieri parassiti che succhiano il soffio vitale e si esce eretti con una mente pulita e pronta ad accogliere nuovamente i numerosi stimoli che, come un cancro riinizieranno a divorare.

I più bravi, i più fortunati, i più forti, coloro i quali saranno più assidui, impareranno gli strumenti e costruiranno gli anticorpi per non fare degenerare le cellule in cancerogene formazioni che divorano il cervello. E l’equilibrio della selezione naturale verrà ristabilito.

Anche Francesca, quel pomeriggio di giugno, il 12, stava andando a passare il suo ultimo dei 5 appuntamenti mensili con la pillola della liberazione, che l’avrebbero guarita dal pensare. Nella stanza, dove la calda voce l’avrebbe accompagnata nel rito della purificazione dai pensieri che la opprimevano.

 

La porta era chiusa e bianca. La maniglia era grande, ma sempre bianca, parte dell’intero della porta.

La mano, rosa sembrava piccola sulla grande maniglia. E sul braccio la manica larga, della casacca elegante   che le arrivava al polso. Le dita affusolate, con le unghie tinte un bel “rouge noir”, avvicinandosi alla maniglia, la prendevano e la abbassavano.

La stanza cui apriva era lunga e stretta, quasi un corridoio allargato. In centro un tavolo, color ebano. Sul quel tavolo, gli oggetti erano allineati, uno prima dell’altro. E si vedevano tutti, per la posizione obliqua del tavolo che li faceva sfumare dal più piccolo al più grande. Il materiale degli oggetti era vario e al tatto, diverso, morbido (come la stoffa del cappello), freddo come l’acciaio del coltello), scricchiolante (come la plastica della maschera), vivo (come lo stelo del fiore), rigido (come la copertina del quaderno dalle pagine bianche).

Francesca avrebbe potuto scegliere uno solo di questi oggetti per farsi accompagnare nel suo viaggio di giugno, per stringerlo nelle mani, perché la nascondesse o proteggesse, perché si potesse sentire coperta nella sua nudità interiore, perché potesse darle la forza o la speranza. E ogni volta gli oggetti erano diversi, per farla.

Ad ogni oggetto, corrispondeva una stanza, in cui entrare., quindi lei sarebbe entrata nella stanza dell’oggetto che aveva scelto. E ogni mese gli oggetti cambiavano. Scegliendo l’oggetto delineava il suo percorso del mese. E l’oggetto era scelto inconsciamente in base ai suoi bisogni e fino al quinto mese.

Quel giorno aveva scelto la maschera, forse, nella sciocca convinzione di, metaforicamente doversela togliere realmente, vestendola. La stanza corrispondente era quella con la maniglia d’acciaio, lo sapeva perché nel momento in cui aveva scelto la maschera, un fascio di luce l’aveva evidenziata.

La porta si apriva su un ambiente quadrato e completamente asettico, bianco, pulito, candido, come di una stanza che non aggiunge, ma che è pronta ad accogliere, e che si riempie, si forma sull’individuo e si colora della persona. Lo spazio si contraeva con la presenza e la luce si conformava, facendo dell’ambiente asettico e geometrico, un unico mondo con la persona.

Uno sgabello, in centro alla stanza, alto, con la seduta bianca, ergonomica e un’unica gamba in acciaio, intorno in basso un cerchio per appoggiare i piedi. Nell’angolo a destra della stanza, c’era un piccolo tavolo anche esso bianco e sopra un bicchiere pieno di acqua. Di un’acqua che seppure, trasparente, nel bianco lucente della stanza, quasi sembrava azzurra, ma era acqua ed era color dell’acqua: trasparente. Di fianco in un piatto bianco e dentro, la pillola, rossa, lucida, ovale e gommosa. Francesca la prende e la mastica, poi si siede e il chiarore diventa penombra e tutto ha inizio.

Le dita si muovono, a cercare i nuovi tratti del viso coperto e nascosto dalla maschera che aveva indossato prima di entrare nella stanza; le gambe si accomodano, mentre si siede sullo sgabello, a trovare una confidenza nella postura; le pupille si dilatano, per accogliere la fioca luce disponibile e i capelli incorniciano il viso assestandosi, ora che è ferma. La bocca si contrae.

Una voce, suadente e calda, rassicurante, la saluta e le pone le domande.

“Ciao Francesca e ben tornata”

La bocca allora si distende e gli occhi si chiudono appena, il bisogno di leggere i particolari nell’attesa di qualcosa, si affievolisce e il corpo si rilassa, mentre la mente si apre.

5 oggetti, 5 stanze, 5 domande, 5 sedute, 5 micropercorsi che costruivano una strada più ampia, 5 mesi.

E le domande della maschera erano:

  1. COSA TI FA SENTIRE SOLA
  2. COSA PENSI DI TE
  3. QUAL E’ LA COSA CHE MENO SOPPORTI NELLA GENTE
  4. COSA TI RENDE FELICE
  5. COSA E’ IL BELLO

Apparentemente semplici e facili, domande le cui risposte, costruiscono il Te, lo disegnano nelle sue forme di contorno e ti fanno togliere la maschera di convenienza, che vesti.

Le frasi scelte disegnano il contorno, le parole ne colorano l’interno e l’insieme è la figura, che attraverso i pensieri spoglia l’Io e allegoricamente libera l’individuo.  La pillola aiuta il processo, lo fluidifica e lascia che le sensazioni, una volta espresse, svaniscano.

 

1- COSA TI FA SENTIRE SOLA

“Mi sento sola”

“Ma se ogni sera esci con i tuoi amici, aperitivi e cene; ma se il tuo telefono non è mai libero; ma se per vederti devo prendere un appuntamento un mese prima, e poi lo devo riconfermare qualche giorno prima e poi ti devo messaggiare il giorno dell’incontro…; ma se tua madre ti vorrebbe sempre a pranzo da lei la domenica e tua sorella ha un pensiero per te ogni volta che organizza qualcosa che potrebbe interessarti; ma se….; ma se….”

Ma io mi sento sola lo stesso!”

Inizia il dialogo, la prima domanda è sempre interattiva, finché la pillola con il suo effetto non fluidifica il pensiero nello scorrere del liberare. Ma poi, Francesca, si libera.

Per qualcuno è non avere nessuno con cui condividere il tempo; per qualcun altro è il pensiero del futuro senza avere accanto un compagno o una compagna o un figlio cui appoggiarsi; per altri è un vuoto che non si colma e che con il tempo si allarga e lo divora.

O è semplicemente la paura o la consapevolezza di non essere compresa. Di essere malintesa, nella certezza di non sapersi spiegare per la paura di aprirsi, ma soprattutto, scoprirsi, innescando la dicotomia tra quanto bene fa sentire il tepore di una vicinanza e quanto male fa non sentirne il bene. O forse è solo l’incapacità di comprendere cosa si vuole realmente e di accettare quello che si ha.

 

2- COSA PENSI DI TE

Successe qualche tempo fa, tanto tempo fa, che tutto finì. Era iniziato molto prima, un quarto di secolo prima ed era successo tutto. Durante era stato costruito, piano piano incrementato, aumentato e fatto crescere.

Poi in un momento indefinito del primo, qualcosa si è crepato e la fessura nel durante, aprendosi aveva creato la voragine e quello che era, non c’è più stato ed è finito.

Tanto è rimasto di quanto costruito, di quanto creato, che continuerà la sua strada e prenderà la sua esistenza, oltre il fu, il durante e l’è stato.

E all’inizio della fine, sembrava che il mondo stesso fosse finito, perché era l’unico mondo consciuto. E l’unica sé conosciuta era di quel mondo, perché è quello che si pensa di sé a fare ciò che si è.

Fino a quando si comprende che l’essere va aldilà degli altri e del mondo, e che gli unici a cui bisogna piacere veramente è se stessi.

 

3- QUAL E’ LA COSA CHE MENO SOPPORTI NELLA GENTE

Ognuno pensa a sé.

Ognuno pensa a sé, aldilà degli altri, nonostante te.

Ognuno pensa a sé, nonostante te oppure semplicemente pensando al meglio per sé

Questo non sopporto:

  • Ipocrisia
  • Egoismo
  • Opportunismo

E così mi sforzo di provare e prendere quello che va meglio per me ogni volta. E ogni volta non riesco perché non capisco come fare.

Conosco la teoria, ma non sono capace della pratica. Cerco di agire seguendo uno schema, perché cosi fanno gli altri, con un obiettivo chiaro, ma poi mi perdo e seguo l’empatia di un’interazione che mischia me e l’altra persona, mescola il mio fine con l’obiettivo dell’altro e media. Ma poi c’è un punto in cui non si può più mediare e non si può più prescindere e l’obiettivo, che si era offuscato, ritorna a fuoco e inizio a pensare a me, prima di diventare opportnista, né ipocrita.

 

4- COSA E’ BELLO

Il tramonto, la luce del sole che cala, il rosso nel cielo, l’arancione delle nuvole; il riflesso e le ombre lunghe

La serenità, la calma il tepore e la quiete.

Le risate urlate, le lacrime agli occhi; i baci; gli abbracci, il contatto e le carezze.

L’ascolto, lo sguardo di quando mi guardano, mi piace.

Il sorriso degli occhi, i capelli lunghi, la pelle liscia, i profumi.

Un buon libro, il fuoco del camino, il vino.

La pioggia che rompe il silenzio e la luna piena.

 

5- COSA TI RENDE FELICE

Bastare a me, ma vivendo l’intorno.

 

 

 

 

 

La seduta è finita e la voce dice:

Sei stata bravissima. Vai e vivi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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