POCHI MESI O UNA VITA

Pubblicato il da stefy.stefy

POCHI MESI O UNA VITA

Ero passata da essere una fidanzata in procinto di andare a convivere con il proprio compagno, ad essere una single di 26 anni; da una villa con 500 mq di giardino, in una zona a edilizia estensiva fuori Milano, ad un piccolo 40 mq, allargato solo dal soppalco e da un piccolo dehors, che me lo aveva fatto scegliere, in una di quelle zone di Milano, che prima o poi sarebbe stata recuperate, ma che, per il momento costava solo poco.

Dopo un anno avevo già cambiato colore alle pareti di casa 2 volte, avevo comprato tutte le luci ad energia solare che avevo trovato; avevo recuperato un paio di sedie da esterno di quelle che Ikea ormai non produce neanche più e stavo approfittando appieno della mia singletudine, partecipando a feste e conoscendo gente nuova, ma,  fino a febbraio quando arrivò lui.

Tempi e modi non furono più gli stessi e nulla sarebbe tornato uguale.

 

Per fortuna avevo scelto questa casa con uno spazio all'esterno. Per fortuna che la finestra del soppalco aveva un deliziosa rientranza dove mettere un cuscinone su cui accucciarsi, per affacciarsi alla vita che brulicava nel supermecatino della strada sottostante, teatro di avvicendamenti da spesa.

E per fortuna che avevo ascoltato  la mia mamma che aveva tanto insistito perché salvassi, nella ristrutturazione dell'unica stanza, qualche decina di centimetri quadri da organizzare a scaffali lineari, secondo la logica della utilità e non quella dell'estetica. Il ripostiglio.

 

Avevo da poco cambiato lavoro e la pratica dello smartworking era già abitudine nella innovativa organizzazione della multinazionale, ma io la rifuggivo, fino a febbraio.

Avevo anche iniziato a godere della mia singletudine sotto altri punti di vista meno gratificanti del "Ho una casa tutta mia", ma altrettanto appaganti. Fino a  febbraio  frequentavo il mio corso delle otto di sera di indoor walking in palestra, luogo di conoscenza di single poco perspicaci, ma sufficientemente adeguati per un incontro di una volta sola. Dovetti abbandonarlo e orientarmi a work out più casalinghi, da mamme lavoratrici.

Avevo dovuto cambiare supermercato E adattarmi a fare una spesa veloce per poter uscire in fretta.

La bici e i mezzi pubblici, inseparabili compagni di uscite cittadine, inutilizzabili.

 

Rivoluzione della giornata

Limitazioni di spostamento

Riorganizzazione degli spazi

Cambio dei ritmi e delle abitudini 

Insieme a lui, vennero a tenermi compagnia da quel febbraio 

Sarebbero stati sei mesi,  forse di meno, ma non potevo fare altro, si faceva conto su di me.

All'inizio ero arrabbiata e infastidita: non l'avevo chiesto, non l'avevo cercato, mi trovavo costretta a dei ritmi non miei e non riuscivo ad organizzarmi. Mi sentivo legata, come se la mia vita fosse stata imbavagliata e costretta a reprimersi, senza la possibilità di reagire.

Poi, come spesso accade, il tempo e l'abitudine aiutano ad incastonare le novità che, scombussolando la quotidianità delle esistenze, aprono nuove  finestre e costringono a trovare alternative, che potrebbero anche elevare ad un universo parallelo e superiore.

E così trovai  alcuni dei miei upgrade nell'allestimento di un angolo della rientrando della finestra che permetteva di stare fuori, ma stando dentro;  nella riscoperta di quel giardinetto che mi aveva fatto scegliere la casa, ma di cui ancora non avevo goduto la pace e il relax; nel rallentamento di alcuni ritmi di impegni incastrati, a favore di tempi più  instabili nella schedulazione, perché guidati da bisogni fisiologici.

 

Arrivò un venerdì pomeriggio di febbraio e nel week end ancora non era chiaro quale sarebbe stato l'impegno necessario.  Ma già dalla settimana successiva, si iniziò a delineare un periodo di forti limitazioni.

Iniziai a fare smartworking ogni volta che era possibile e anche di più; riorganizzai gli spazi della dispensa, che iniziarono a non essere sufficienti; cambiai supermercato, per poterlo lasciare fuori, anche se lo portavo con me;  no alle cene  con amici nei ristoranti e neanche a casa loro, perché avevo timore di portarlo con me; e no ai pranzi domenicali dai miei, perché chi si fidava di fare una trasferta intra-comune di 4 ore almeno.

 

A gennaio, il mio amico del liceo,  Giorgio, lo stesso Giorgio che mi aveva continuata ad ascoltare anche quando ero noiosa anche per me stessa, che mi aveva aiutata a sistemare  casa, montato la tv e collegato le casse; che mi aveva visto ingrassare e riempire di brufoli, ma aveva continuato a frequentarmi; che amava i miei film e ascoltava la mia musica. Quel Giorgio, il mio Giorgio, mi aveva detto, tutto eccitato,  che sarebbe partito per l'Inghilterra per  sei lunghi mesi, per seguire un progetto e che sarebbe partito da lì a  poche settimane.

 

Come nei film, quelli  Romantici,   la protagonista femminile, cioè io, si strugge d'amore  per il suo migliore amico, cioè Giorgio, nel momento in cui lui sta per lasciarla, cioè parte per una grande opportunità di lavoro all'estero.

Come nella realtà, invece, il senso di vuoto e di abbandono sentito non è dettato dall'amore, ma dalla paura della solitudine, dalla mancanza di una spalla amica. 

Tutto fu chiaro, nel momento in cui mi sorpresi a pensare a Giorgio in maniera meno platonica e più tantrica, suscitando in me, una sensazione di inadeguatezza, che mai avevo provato prima, nel rapporto con Giorgio.

 

Era arrivato e aveva rivoluzionato le abitudini, invaso ogni spazio, riorganizzando la mia vita, ma mi aveva insegnato a vivere la mia solitudine e a goderne a tratti, mi aveva ricordato  che non  contano solo i ritmi dettati dall'esterno, ma anche e sopratutto quelli che vengono dal nostro interno, che permettono di fasarci con l'intorno.

 

Ulisse, il cucciolo cresciuto di Giorgio, dal musetto allungato e dal pelo bicolore, vivace e giocherellone, devastatore di spazi chiusi, che amava l'angolo della finestra da cui si poteva guardare fuori, che adorava stare in giardino e che era arrivato a febbraio, dopo che Giorgio mi aveva chiesto di tenerlo fino al suo ritorno.

 

E come nei film quelli dolci- anche se io preferisco quelli scanzonati al ritmo del jazz- giocando con una  cagnetta, mi aveva fatto incontrare Ale, che è molto perspicace ed è già la terza volta che usciamo una volta sola. 

 

 

Con tag racconti

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post