IL BALLETTO DEI SENSI

Pubblicato il da stefy.stefy

IL BALLETTO DEI SENSI

Si chiedeva se fosse innamorato dell’amore o di lei e seriamente pensava di chiederglielo, mentre lo ascoltava.

Ma poi si vide, a parlare e ridere con in mano una birra rossa, con poca schiuma e tanto sapore, su una sedia di legno scomoda e dura, ma tanto in tono con l’ambiente di quel locale in cui andavano sempre. Un po' puzzante, cioè di un odore che cambiava nel corso della serata e con i tavoli di legno grosso e le tovaglie a quadretti bianche e rosse o bianche e blu, che stereotipavano la vecchia osteria trasandata, dove si mangia bene e si spende poco. Proiettava anche le partite quando c’erano quelle che non si vedevano in chiaro e si riempiva di compagnie maschili, per lo più, in attenta osservazione dei calci che venivano dati alla sfera con i pentagoni neri.

Una volta lei era uscita con un ragazzo che non le piaceva, lei già lo sapeva, perché certe cose si sentono a pelle, ma lui era stato cosi insistente e incalzante nella sua corte che lei aveva voluto provare a smentire la sua voce interna, lasciandosi ammaliare dalla intraprendenza e dalla costanza. Era un mercoledì e c’era, una qualche partita appunto e, per quanto lui fosse stato veramente carino, provando a imbastire una conversazione interessata e interessante, la sua attenzione era, a tratti, catturata dalla sfera che roteando sfiorava, per effetto di un calcio ben assestato, una rete perimetrata da pali in acciaio. Ma cosi, con un’attenzione altalenante, Il filo della conversazione si sfilacciava, l’ironia del parlato, che sola, rende la chiacchera senza grande confidenza, sostenibile, diveniva inesprimibile e incompresa. Si era sentita un po' inopportuna in questi pensieri e per un attimo si era chiesta se stesse diventando un’acida premestruata perenne, ma poi aveva definitivamente concluso che se solo lui avesse scelto un giorno diverso, meglio calcolato, avrebbe dato a lei una chance di vincere con la sua voce interiore, la quale, nella già impari lotta, si era, invece, riconfermata nel suo solito “io lo sapevo”.

La musica era sempre rock, in quel posto, ma quello le piaceva, forse a volte era un po’ alta.

Era un locale comodo, vicino casa, pratico, perché ormai conoscevano sia lei che lui, la birra era buona e i panini gustosi. Pratico e comodo perché il locale cosi come l’orario dell’appuntamento è un registro, quasi, nella conversazione di coppia.

il pranzo dice che, con distanza rispettosa, vorrei iniziare a conoscerti, ma per un breve lasso di tempo, quello di un panino o un piatto unico, incastrato tra una call e un meeting, in cui cerco di capire se potremmo oppure no, allargare agli altri sensi il nostro duetto.

L’aperitivo è nell'orario del dopo la doccia, quando puoi vestire il jeans che ti sta meglio, la scarpa con il tacco più comoda (lei) o la camicia bianca più di tendenza (lui), tra l’elegante e il casuale (che non è casual, ma casuale, cioè più trasandato dell’elegante).  È l’appuntamento del questo è il meglio di me, nell'ora della mia maggiore disinvoltura e se quello che hai visto, nel tempo in cui abbiamo bevuto il nostro cocktail colorato, ti è piaciuto, allora si passa al livello superiore e la vista e l’olfatto hanno iniziato a partecipare al banchetto.

La cena, invece, è una cosa seria, da gente adulta, dice che ho voglia di parlarti e di ascoltarti, per un tempo lungo, quello necessario a finire un’intera bottiglia di buon vino. E si sorride confidenti con gli occhi negli occhi e i gesti sono eloquenti e dicono più dei vocaboli parlati, nel balletto dei sensi tutti.Nei casi più fortuiti, anche il tatto è invitato, nello sfioramento casuale delle mani sul tavolo o dei piedi sotto.

E lei pensava che l’appuntamento che aveva preferito era stato quando quel ragazzo le aveva preso una birra nel bicchiere di plastica, si era seduto con lei sui gradoni davanti all'Arco della Pace e un po' l’aveva ascoltata e un po' le aveva raccontato, ma sempre guardandola e poi avevano passeggiato all'interno del parco e non l’aveva neanche baciata e lei, invece, avrebbe voluto.

 Federico parlava del vestito che aveva e del posto in cui erano andati a cena l’altro ieri, L’antipasto era favoloso, abbondante e saporito, ricordava. Il vino che aveva scelto era perfetto e, si certo era un po' caro ma ne era valsa la pena. Anche il dolce avevano mangiato, certo uno in due, che poi non capiva questa cosa del dover condividere un piatto, ma era stata una buona cena.

Elena lo ascoltava parlare mentre lo guardava masticare il suo panino con pancetta, funghi e gorgonzola, chiedendosi che gusto avesse mangiare un insieme di tali sapori mescolati e un po’ contorceva la bocca, involontariamente, nel gusto immaginato, ma era il preferito di Federico.  

E pensava che adesso glielo avrebbe certo chiesto se fosse innamorato dell’amore o di lei.

Ma immaginava gli occhi di lui che strabuzzanti, prima si sarebbero aperti e poi contratti nell’aggrottamento delle sopracciglia. Avrebbe sicuramente pensato che cavolo voleva dire quella domanda, perché Elena lo sapeva, che, Federico avrebbe capito all’istante la domanda, ma che mai se la sarebbe posta, perché non l’avrebbe ritenuta utile e comunque andava a definire una differenza sottile che non aveva motivo di essere esplicitata.

Mentre gustava quell'appetitoso panino, che stimolava le sue ghiandole salivari e beveva quella fresca weiss, Federico ripensava a quel vestito nero stretto che la fasciava come se fosse un guanto, lo sapeva che lo aveva messo per la loro cena e per farsi guardare. Certo il ristorante dove l’aveva portata era bello, le luci erano un po' basse, ma c’erano le candele sui tavoli, con una carta dei vini particolare e dei calici ampi che permettevano di assaporarne prima il profumo e poi il sapore. Un po' un cliché, ma di effetto sicuro.

Perché il luogo dove porti una donna ha un certo significato, dice qualcosa. La porti nel bar sotto l’ufficio a mangiare un panino, quando ancora non hai capito se ti andrà di rivederla, perché si è bella, ma vuoi capire quanto noiosa o sostenibile è e se la fatica valga la pena.

Scegli un posto alla moda se la vuoi rivedere, la porti dove conosci gente e sei salutato, dove si mangia poco e si beve colorato. Vuoi vedere, come è quando si veste carina, se e come ride e se la vista si collega agli altri sensi.

Ma se la porti a cena, scegli un bel posto e paghi tu, ordini un buon vino, di cui tanto lei berrà un bicchiere e mezzo e il resto tu. La fai mangiare saporoso, parli sussurrato e l’ascolti. Sfiori inavvertitamente le sue mani e fai che le vostre gambe sotto al tavolo si tocchino. La guardi negli occhi, pensando al fine settimana successivo, quando sarete da soli per un'intera notte.

E mentre parlava di questo,  Elena gli fa una delle sue paranoiche domande da femmina, un’elucubrazione mentale che non ha significato  di esistere. Sente che i suoi occhi si allargano, come a voler veder qualcosa che non c’è, poi si richiudono nell’aggrottamento delle sopracciglia e infine si distendono nel ricordare il primo appuntamento con Elena.

Elena era una bella ragazza, capelli lunghi, begli occhi, solare e simpatica. Avevano fatto un aperitivo e lei si era presentata con un paio di jeans stretti, che le stavano proprio bene, se lo ricordava e una maglietta, con una scritta nera sul suo riempente decoltè. Ma ai piedi, un paio di anfibie.

Pero’ era divertente e capiva le sue battute e non si offendeva e non era permalosa e non voleva parlare solo lei e quando rideva e rideva spesso, era sincera.  Le piaceva la stessa musica che ascoltava lui, ma non parlava di sport, era ironica e a tratti irriverente. Avevano anche riordinato, dopo un altro cocktail, perché la conversazione scorreva fluida e confidente, ma lei non ammiccava, ocheggiava poco e male, era diretta e schietta, anche se gentile. Era stato evidente da subito e per fortuna ad entrambi, che vibravano su frequenze diverse, che avrebbero corso parallele, ma mai si sarebbero incrociate..  

Ma del confronto con Elena, che era diventata la sua migliore amica, aveva bisogno per centrarsi sulle infinite relazioni da cui usciva ed entrava senza soluzione di continuità, perché era vero, lui era innamorato dell’amore e mai delle ragazze con cui usciva.

 

 

 

 

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