CAPITOLO I IL CALCOLO DELLE PROBAILITA’
Sempre mi capita, quando mi entusiasmo, di pindaricamente sognare di scenari immaginari.
E, di più, facilmente mi entusiasmo!
Cosi, quando ho conosciuto lui, subito l’ho trovato affascinante, con il suo tono di voce un po’ profondo, e il suo ritmo molto sedato, ma accentato. Mi è piaciuto che guardasse dritto negli occhi e mi osservasse mentre parlavo; mi ha attirato il suo inglese, perfettamente british nella sua inflessione italiana, corretto, non sbavato, né trascinato. Così mi sono ritrovata, adeguandomi, a parlare un inglese migliore anche io, mi è sembrato.
Sicuro, agitato, trafelato, ma fermo e coinciso. Difficile da definire, da inquadrare.
Intrigante.
Ma chi crede ai colpi di fulmine ormai? E chi ai colpi di fulmine a 40anni? Io! Solo io, probabilmente.
E’ colpa del suo modo di fare cosi confidente e aperto, cosi schietto e amichevole, cosi vero, mi è parso. Forse solo assertivo, forse solo calcolato.
La seconda volta che ci siamo visti, ancora solo lavoro, cosa mi aspettavo?
Cosa immagino, la mente inizia a correre verso possibilità remote e cosi se dovessi, razionalmente fare uno studio statistico di quante probabilità ho di interessarlo, la formula molto semplice, avrebbe le seguenti variabili:
per età: probabilità 1su 100
per avvenenza: 1su 100
per interesse: 1/100
per contingenza o casualità non creata, ma accaduta, 1 su 100
e il risultato sarebbe:
p= (1/100+1/100+1/100+1/100)/4= (4/100)/4= sempre 1/100 cioè 0,01% direi che approssimando: zero.
Poi un terzo incontro, più operativo, lui non partecipa, ma lo sapevo. Io, di contorno sono di accompagnamento, non parlo, non guido, ascolto assorta, con quei numeri sbagliati nella testa.
Ma lui arriva, mi chiama e così ci allontaniamo dal gruppo, ci appartiamo su un’altra scrivania. Non me lo aspettavo e non ero pronta. Stavo pensando a lui e al fatto che non era all’incontro, che avrei voluto vederlo, ma non ero pronta.
Sembra sicuro, più padrone di sé. Non mi pare più quel ragazzo umile e simpatico, un po’ alternativo, idealista e incasinato, che avevo immaginato. Fa piuttosto uomo sicuro, padrone dei concetti e dei risultati. Parliamo di come sta andando la riunione e di come proseguono i lavori.
Compita, mi pare, professionale, mi sembra, rispondo che tutto sta andando bene e che i contorni si stanno definendo, le procedure operative appianando e stabilizzando, gli accordi concretizzando.
Poi apro con l’ironia che di solito uso per portare su un piano più confidente i miei incontri. E’ il mio modo di rendere la comunicazione più agevole, di volgere le complicanze in mutate confidenze.
Lui sorride, ascolta il mio fiume di parole, perché io parlo tanto, specialmente quando sono nervosa, specialmente quando voglio riempire silenzi, specialmente quando mi voglio nascondere, sperando di distogliere l’attenzione da me e portandola su discorsi e argomenti di cui mi sento sicura.
Ma sono solo io che sono a disagio, perché lui è tranquillo, lo vedo, lo percepisco e, per contrasto, mi vedo agitata e un po’ troppo esondante, lo sento, lo percepisco.
Poi finisco le parole e inizio a pensare a cosa dire, ma non ho il tempo di formulare altro, perché lui dice:
“io ti piaccio, vero?” ma è cosi evidente, cosa ho fatto, come lo ho guardato? Mi sento nuda, scoperta, inadeguata, perché me lo chiede? I miei vestiti, i miei occhiali, i miei capelli non sono a posto, mi sento goffa improvvisamente, non è una argomento in cui mi sento confidente e quella ostentata sicurezza di sempre nel lavoro, cade. In verità neanche cade, semplicemente non c’è.
Mi fermo, penso, e non so dire altro che “si!”. Eppure non volevo, ma non riesco a fare altro.
Sorride, di un sorriso soddisfatto, un po’ spavaldo, sicuro.
Non abbassa lo sguardo, io si.
Perché non ho risposto “no”? Non so. Perché non è vero, perché nella speranza che una domanda così posta, sia preludio di un interessamento, e perché non sono brava a giocare a poker, a bluffare.
Poi rompo il silenzio e il mio imbarazzo e chiedo: “e io, ti piaccio?”. Cerco di ostentare una sicurezza che non ho e quindi spingo, perché se sei sicuro tu, lo sono anche io.
E si apre lo scenario, quello in cui se fossimo in un cartone animato, partirebbe la musica dolce, le nuvole si formerebbero a cuore e gli sguardi diverrebbero languidi.
Nella mente vedo quella probabilità moltiplicarsi esponenzialmente, ma, lui, senza esitare, dice “no!”
E la scena varia, e la musica dolce diventa un crack netto e poi silenzio, mentre la roccia intorno si crepa e il personaggio inquadrato in primo piano, cioè io, si pietrifica e l’intorno si rompe.
Improvvisamente, mi ricordo che qualsiasi numero moltiplicato per zero, dà zero!
Cerco di dissimulare la delusione e, resilientemente, sdrammatizzo, pensando di ironizzare, verso la mia salvezza: “Possiamo comunque fare business insieme, no?”
Ma quale delusione, poi? Avevo anche fatto il mio calcolo delle probabilità, quindi lo sapevo già. E quando non si hanno aspettative, non esiste delusione.
Sorrido, simulando una sicurezza che non ho, ma, non devo guardarlo, perché, ne sono certa, i miei occhi stanno gridando “vorrei non essere qui”, e lui lo potrebbe leggere nitidamente.
Cerco di celare lo sgretolamento di quel film che mi ero immaginata, un po’ rosa, un po’ giallo, certo di colori allegri.
Intercorre un secondo tra la sua risposta e la mia e non capisco come tutte le assunzioni e le immagini siano potute scivolare nella mia mente in così poco tempo.
Continua a guardarmi, lo vedo quando alzo lo sguardo, ma non riesco a sostenere i suoi occhi fissi e quindi nuovamente dissimulo l’imbarazzo abbassando il viso, e girando una pagina del mio quadernino, rosso degli appunti e cercando di spostare l’attenzione su un campo in cui mi sento più confidente, che porti gli argomenti lontano dal disequilibrio che si è creato.
E ancora una volta tutti questi pensieri sono passati in un secondo perché lui, aprendosi in un sorriso, dice “Mi fai impazzire”
E io non ci credo, lo ha detto?
Ma intende dire che gli piaccio da impazzire o che la mia risposta lo fa impazzire? Non lo so e ora non so cosa dire. Sento che il calore sale dal collo e riscalda le mie gote. Ma non sono sicura che quanto interpretato sia quanto detto. Ma perché io sono donna e lui e lui è uomo.
Ma perché devo pensare a cosa significhi quello che ha detto? Magari vuole proprio dire che gli piaccio da impazzire o magari vuole solo dire che la mia risposta lo ha colpito, ma comunque non gli piaccio. Ma se la mia risposta lo ha colpito, come faccio a non piacergli? Ecco, la mia positività sciocca e infantile riapre una breccia, ma ha risposto no, non gli piaccio, più chiaro di cosi. Ma ha anche detto che lo faccio impazzire, ma cioè cosa lo fa impazzire e in che modo?
Se è vero che quando un uomo dice una cosa, voglia proprio dire quello, senza interpretazioni, esattamente ciò che ha detto, semplicemente, direttamente quello che ha detto, allora non c’è via di interpretare, allora non c’è alternativa, no è semplicemente, direttamente, esattamente NO.
Ok, fermo la mia mente e i miei pensieri, stoppo le immagini. Bisogna recuperare,.
Ma quanto tempo è passato, mi pare un’infinità e invece pochi minuti di silenzio in cui la mia mente è partita e non si è più fermata. E cosa starà pensando e cosa immaginerà della sciocca donna che gli sta di fronte, che si è aperta e scoperta, che non si è protetta, ma che non riesce a sostenere la situazione?
Lei che si è mostrata così sicura di sé nella trattativa, nella negoziazione e nelle fasi di implementazione, lei che….ma sono sempre io a pensare e immaginare. Lui è fermo e non pare scosso, come se avesse il disegno e il destino nella sua mente, come di chi sa come realizzare la situazione che ha disegnato.
Ma è sempre disequilibrio che da una parte ha un coinvolgimento semi emotivo e dall’altra il distacco freddo di chi sa dove vuole arrivare. E dove vuole arrivare? Certo a farmi capire che non gli piaccio e non gli interesso, se non per questioni lavorative.
Così decido che forse è meglio passare il deal a qualcuno del mio team, perché dov’è la sicurezza inespugnabile di chi si sente sicura di sé? E perché business è business.
Perché se l’infatuazione è chimica, la probabilità è matematica e la matematica non è un’opinione!