IL CONTEGNO E LA ROUTINE

Pubblicato il da stefy.stefy

La mattina di un giorno, in un posto che non è mio, diverso dalla mia abitudine e che cambia anche un po’ la percezione di me, osservo.

C’è il sole, un sole invernale, lontano, che dà quel po’ di giallo all’azzurro chiaro di un cielo quasi bianco e, un po’ del color crema al grigio dei palazzi dell’intorno, che disegnano cerchi alti aperti sopra.

E i palazzi sono pieni di  finestre alte e strette, geometricamente sistemate nelle facciate. E le finestre sono, per alcuni, gli occhi attraverso  i quali vedere il mondo che avanza,  restandone fuori;  per altri  gli ingressi a mondi di cui non si fa parte.

Perché stare dentro una casa, ti protegge, perché  tiene con te le tue sensazioni, schiacciandole nel suo perimetro e non le fa trasparire al mondo e non ti fa essere vulnerabile.

Perché guardare dentro ti fa immaginare qualcosa che non sai.

Da quella finestra si vede  il mondo che scorre.

Ecco  i due ragazzi che abitano nell’appartamento di fronte e che,  tutti i sabati mattina, scendono  e vanno, insieme,  a correre nel parco.

Sembrano  felici di fare qualcosa loro due, sembrano contenti di condividere un tempo e una passione. Quando hanno  finito di correre si fermano sempre a fare colazione al solito tavolino, dello stesso bar, stanchi fisicamente, ma riposati mentalmente, sorridendosi e parlandosi. E’ la routine.

Lei e il suo paio di pantaloni aderenti al ginocchio, neri con dei disegni arancioni sui lati che muovono la regolarità della forma e del colore; una maglietta nera con gli stessi disegni e una felpa arancione sopra di un materiale che la tiene calda, ma traspirata allo stesso tempo. Le scarpe, poi sono proprio quelle leggere per la corsa. In testa, perché fa ancora freddo, una striscia larga che le tiene  i capelli indietro e le copre anche le orecchie.

Perché naso e orecchie sono esposti e si raffreddano e fanno passare il freddo a tutto il corpo, come le mani, che, se sono fredde, ti fanno sentire freddo. Aveva i guanti, infatti. Tenendo le estremità protette dal freddo, si tiene riparato il corpo interno.

Tecnica e perfetta, calda e raccolta. Anche lui è tecnico e perfetto. I suoi piedi sono  lunghi tanto, le scarpe grandi e verdi e le calze corte, quasi non escono dalla scarpa. La gamba è scoperta e muscolosa, tonica, ma è giovane e atletico. Cappello e guanti, perché fa  freddo, ancora.

Se corri la sera, nel buio, i colori e gli inserti sgargianti e fluorescenti  dei pantaloni e della maglietta ti fanno vedere, quando le luci si riflettono su  di te, ma se corri di giorno, non è necessario, si vede tutto te, che ti mischi con il resto, anche se rimani definito.

Ma nell’appartamento di fronte, l’attività fisica del sabato inizia presto, quando lui la cerca e lei si lascia fare. È la routine.

Nel letto, sono distanti, ma lui si sveglia e il suo corpo, come sempre quando si sveglia, gli ricorda che esiste e che sente e che può , prima di iniziare la giornata da individuo pensante e preoccupato, essere ancora un attimo istintivo e soddisfare quei bisogni che spesso soffoca a favore del contegno e della routine. Tutti i sabato mattina se lo concede. E’ la routine.

 Cosi si gira, si avvicina, l’abbraccia e la fa voltare. La cinge e le sue mani vanno a cercare i seni di lei, piccoli. Li accarezza sopra al pigiama e lei lo accoglie, aprendo il suo torace e distendendo le sue gambe nella sensazione.

Lei, così,  si sente desiderata  e le piace essere desiderata, la fa sentire donna, la fa stare bene, le fa ricordare quella parte di sé, un po’ più istintiva,  che spesso accantona a favore del contegno e della routine.

E lei aspetta che il sabato lui la cerchi e lei ha bisogno che il sabato lui la cerchi. E non è mai lei a cercare lui e lui non inizia mai con un bacio. E se fosse lei a doverlo cercare, lo bacerebbe. E’ una routine.

E quando si appagano, non si rilassano. Perché quando si è rilassati si ha voglia di assaporare il rilassamento e di farlo durare un po’ e, si è appagati della stanchezza e si gode del riposo.

Invece loro si caricano e si preparano per andare a correre. E solo dopo la corsa, hanno  quella serenità che la vicinanza fisica non gli ha dato, quella stanchezza che  fa tanto godere del relax. E’ il contegno.

Questo era il sabato. Era la routine, nel contegno.

Ma il mercoledì è diverso.

E’ sera e non è mattina. Lui non cerca. Lui è stuzzicato e cercato, prima di addormentarsi e non dopo essersi svegliato. Viene acceso e non si ritrova acceso, e non si carica, ma si scarica e poi si addormenta.

Non ha bisogno di correre, dopo,  corre nel durante e si stanca fisicamente per raggiungere il senso del rilassamento del dopo, che appieno di gode, nel subito poi. E’ una routine, ma senza contegno.

E’ mercoledì mattina e lei spreme le arance per la colazione mentre lui fa la doccia e quando arriva, lui prepara il caffè.

Per contegno e per routine, i movimenti sono incastrati nei tempi che scandiscono il ritmo fino a quando escono.

Parlano poco, si guardano meno, si sorridono ogni tanto, quasi per ricordarsi che sono insieme nella stesa stanza e che sanno della presenza, l’uno dell’altro. Quando hanno finito la colazione sistemano e finiscono di prepararsi e poi escono.

Si salutano e lei prende, oltre alla sua borsa del computer,  anche il trolley, perché lei, tutti  i  mercoledì, va fuori città e torna a casa il giovedì, dopo l ufficio. E’ una routine.

 

 

 

 

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