DA UN AUTOBUS

Pubblicato il da stefy.stefy

Qualche capello bianco, da un po’, popola la mia testa ed io, ancora non mi convinco a cambiare il colore o la brillantezza o i riflessi della mia capigliatura, rincorrendo l’inarrivabile obiettivo di fermare il tempo, almeno alla vista.

Così, per la terza volta, sabato scorso, chiedo alla mia parrucchiera cosa potrei fare, nella speranza che un nuovo metodo-non metodo, possa arrestare la decolorazione dei miei capelli o possa fermare la crescita di quelli che non sono pigmentati. Ma nessuna risposta mi ha fatto superare la barriera psicologica del “tingiamoci i capelli” e non perché il blu è di moda, ma perché non si veda quello che c’è sotto. E io lo so che non dipende da cosa potrei fare, ma dal sostituire il “prima o poi lo devo fare” con “e facciamolo”.

L’altro giorno ero in autobus. Seduta, con davanti le persone appigliate alle maniglie di cuoio, quelle che sono attaccate ai tubi in alto. Si  devono tenere, se vogliono evitare di fluttuare ai movimenti dell’autobus, che frenando e ringaggiando la corsa a fine semaforo rosso, trasporta nel moto.  

Con le cuffiette e quella vecchia canzone de “The Cranberries”, “when you’re gone” che urla nelle orecchie  il reef, perché sentirsi individuo nella folla, mi fa sentire un pò meno sola, ero rinchiusa nei mei pensieri. Stavo andando in ufficio, ma  tornavo, con la mente,  alla sera prima. Una di quelle belle serate che liberano i pensieri e dimenticano le preoccupazioni,  fanno  scivolare la stanchezza della giornata, nella creazione di una realtà  che è  parte attiva della propria esistenza, che freneticamente scorre tra impegni predefiniti non da te e spesso non per te.

Sono in una strada chiusa al traffico, di una città delle Città, quelle metropolitane, quelle vere, quelle in cui la lingua non è solo quella locale, ma è mischiata alle altre parlate, quelle in cui i neologismi e le tendenze si  creano, quelle che trovi tutto e lo trovi subito, quelle che.

A camminare, sola, ma, tra la gente, con il vapore che esce dalla bocca perché fa freddo. Con i guanti e,  gli occhiali che si appannano. E’ buio, ma ci sono le luci dei negozi ancora aperti, che aprono le vetrine sulla strada e richiamano le persone con gli odori e i profumi e talvolta i sorrisi degli esercenti o delle belle commesse.

Essenza  di fragranze floreali  dai  negozi di vestiti;  effluvi di sapori culinari dalle rosticcerie e dalle pizzerie, aroma di erbe e spezie dalle nuove botteghe  di cibo da strada. E lì mi fermo e prendo un “prêt à emporter”,  mutuando e mutando  questa espressione della moda, all’uso e al consumo dello street food.

E con il pacchetto fumante e odoroso, proseguo fino alla fine della strada che incrocia una della vie più belle, con ancora i negozi singoli, che non sono stati inglobati dalle catene dei  supermercati, che ancora ha i palazzi a tre piani giallognoli o rosati, con portoni di legno affiancati ai citofoni moderni con visori. Con i terrazzi in alto, dove le piante coprono l’interno e in cui, con  le canne di bambù sono state costruite delle tettoie protettive, con le pareti degli appartamenti colorati caldi, con i lampadari in stile non prezioso.

E imboccando la via, mi chiedo se mi debba dirigere, per dove devo andare, a destra o a sinistra. E poi in fondo riconosco un punto di riferimento e verso là, vado.

E arrivo.

E si, è un ultimo piano, e si ha un grande soggiorno, e si un bel divano, di fronte alla mega  tele, che sta trasmettendo musica e immagini, di una radio del  digitale terrestre. E si, la luce è diffusa e non diretta, calda e non fredda, poca e non tanta. E si, è atmosfera.

Mi tolgo le scarpe ed  è subito confidenza. Appoggio la borsa e il sacchetto e mi tolgo giaccone, giacca e sciarpa, gli occhiali, perché è già confidenza.

Mettiamo la tovaglia sul tappeto e improvvisiamo un pic-nic cittadino da appartamento.  Stappiamo le bottiglie di birra, che beviamo senza bicchieri, dopo averle fatte tintinnare, ammiccandoci. Parliamo intanto e ridiamo, del fatto che ho conosciuto una simpatica ragazza in coda al take-away , perché riesco a parlare anche con i muri.

Deliziose le crepes, gustosi i ravioli, fresche le birre.

E poi finiamo le bottiglie, piene ancora a  metà,  sul grande divano, dapprima siamo distanti, ma poi parlando delle canzoni che passano in televisione e ripercorrendo i gruppi e i generi che più ci piacciono ci avviciniamo accompagnando le parole, e ridendo ci guardiamo e  guardandoci ci fermiamo e fermandoci ci muoviamo, l’uno verso l'altro e, poi,  ci baciamo e baciandoci ci accendiamo e accendendoci, capitoliamo.

Così doveva andare, cosi doveva essere, cosi l’avevo immaginata, cosi me la aspettavo.

E invece, allegra si,  distesa anche, a parlare di musica e di vita, confidente e simpatica, rilassata e rilassante è stata la serata. E noi,  vicini, ma distanti, insieme, ma separati, intesi, ma staccati, mai in contatto. E cosi è andata.

E  mi trovo a chiedermi ,  perché non mi abbia visto, perché non mi abbia sentito, perché non abbia cercato me. Forse perché io non sono, forse perché io non arrivo, forse perché io non desto, forse perché io… e cosi non mi sento neanche più giusta.

La canzone finisce e la musica sfuma, in attesa che il prossimo brano inizi e io mi guardo intorno e il tipo, che sta davanti a me,  mi sovrasta e dall’alto mi guarda. E cosa vede? La mia testa.

E sulla testa cosa c’è? Sporadici, si, ma pur sempre capelli bianchi.

E cosi dell’altro sbagliato si aggiunge al non giusto, con i miei capelli bianchi e i miei ricordi falsati di una serata che non sono riuscita a fare svoltare.

Ma poi nel pomeriggio incontro un nuovo contatto, per un nuovo business e mi sorprendo a flirtare, e lui nell’entusiasmo del progetto che mi sta illustrando, mi asseconda, mi segue e mi guarda e cosi riprendo il mio me e il mio sono me e un po’ di sbagliato se ne va e alla fine mi saluta con due baci.

 

 

 

 

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