IN VOLO MENTALE VERSO LINATE
Le 5 passate da 15 minuti di un estenuante pomeriggio, che era arrivato a seguito di una mattinata iniziata molto, troppo, presto.
E si, perché ti alzi nella tua camera e ti ristendi nel tuo letto nella stessa giornata anche se nell’in mezzo hai percorso 1000 kms, hai mangiato in una regione diversa da quella in cui abiti e hai parlato di argomenti simili, magari gli stessi, ma approcciati da angolature diverse, analizzati da prospettive differenti, originati da esigenze multiple e orientati a scopi diversi, su disparati tavoli, con differenti attori.
E finalmente si parte, ma in ritardo.
Ma tanto si atterrerà nei tempi previsti dal volo, perché ogni volo ha un quarto d’ora accademico tra la partenza e l’arrivo dichiarato. Quel cuscinetto di minuti che permette di aggiustare la durata della tratta, anche se si parte dopo, mantenendola aderente alla promessa di arrivo.
E prima che il volo inizi, si sa già che la giornata sta finendo e si sta rientrando, e ci si abbandona alla stanchezza, che è solo mentale, perché il fisico è atrofizzato, ma dalle ore di sedentario stazionamento su una sedia o su un’altra.
Il corpo attraverso l’unico movimento di accavallamento delle gambe, mantiene la compostezza di un angolo a 90 gradi, un po’ rigido e un po’ statico.
E si sa già che non si sentirà, per un po’ la propria voce echeggiare nell’aria, almeno fino alla call delle 6 e mezza; e si sa già che non si dovrà ascoltare e tracciare il filo del discorso, leggendo anche tra le righe i significati meno direttamente enunciati.
La soglia dell’attenzione si abbassa, ma ancora si osserva come è vestita la persona di fianco per provare a interpretarla un po’, chissà perché. L’altro lato del sedile, oltre il corridoio, legge “L’Amico Ritrovato” Bel libro. Si saluta, per educazione, prima di sedersi. Senza deciderlo, senza guidarlo, senza volerlo, ma desiderandolo, ci si concentra a poco a poco su stessi, si assume una posizione ad angolo ottuso, semi allungata sul sedile e si lascia che le palpebre si appesantiscano nell’assopimento.
Un bimbo sta piangendo e la madre si sta agitando. Lui ha solo bisogno di essere tranquillizzato dalle sensazioni di ovattamento delle orecchie, dallo spazio ridotto, e dall’aria condizionata affettata che riempie gli spazi della cabina.
Diventa sempre più lontano, il suo pianto, fino a perdersi nell’oblio dell’abbandono delle forze al bisogno di rigenerarsi.
Forte, improvviso e fragoroso, da trasalire, da spaventare, un eloquente ETCHIU, improvvisamente richiude la realtà onirica, a favore dei colori accecanti e del brusio assordante dell’umanità stipata nelle 2 file di 3 sedili l’una, del fuso volante. Magari non è riuscito a trattenerlo, magari non è riuscito a controllarlo.
Ed in un attimo, ad un tratto, si sentono urlare tutte le voci che nella mente erano state sopite per lasciare lo spazio ai ragionamenti, alla linearità, alla regolarità delle spiegazioni e delle argomentazioni consumate nella giornata.
E come tante conversazioni, diverse nel timbro, nell’incalzo, nel ritmo, i concetti e le sensazioni si addensano e la stanca mente, che non ha forza di reagire, li lascia fluire e scorrere, felice, anche un po’, di tornare ad essere il groviglio di pensieri agitati e insani che normalmente è, quando non è costretta a concentrarsi sulle convenzioni del momento che vive.
E come se da una porta socchiusa entrassero piano, e come se quella porta si aprisse di botto e come se tutti si accalcassero nella stessa piccola stanza, i pensieri traboccano, affollando.
E si vorrebbe stopparli, ma non si riesce e si vorrebbe ordinarli e organizzarli, ma non si può. Ogni pensiero ha lui stesso e il suo contrario, e vorticosamente si allarga includendo altri pensieri, chiamando a raccolta altre voci.
E io non so fare altro che provare ad arginarli, circoscrivendoli nelle parole e rinchiudendoli nei concetti che ne illustrano la sensazione, senza parlare apertamente dell’idea, per non ascoltarli.
Ma poi penso a quando quella volta invece, con lui hai provato ad esprimere i pensieri veri che mi scorrevano, rinchiudendoli in riduttive parole che provassero a renderne la rotondità tutta e ne esprimessero i significati e sono scoppiata a ridere, rumorosa, tanto da fare sorridere anche chi mi stava intorno, di ilarità contagiosa. Perché la distonia tra la sensazione suscitata dal pensiero e la gentilezza della cortesia della lingua scritta, era tale da creare una crepa, che solo una semplice e diretta esposizione poteva colmare, attraverso un ponte che si era reso necessario per creare la comunicazione.
Non si parla e non si scrive di emozioni, ma di pensieri veri pensati. Si esprimono concetti e non sensazioni, si esprimono idee e non emozioni. E io, invece, esprimo emozioni e argino sensazioni, non riuscendo a fermare il brusio dei pensieri che, indisturbati popolano la mente e non ne escono.
