RI-INNAMORASI DEL MONDO
Giugno finiva e il caldo intenso di Milano un po’ appiccicoso cominciava a infervorare gli animi e i caratteri delle persone.
La città in estate è poco sopportabile, perché i cittadini, che sono stanchi delle fatiche di un anno di intenso lavoro e sono esasperati dall’umido caldo che ti farebbe fare dieci docce al giorno, se ne avessi il tempo, diventano più intolleranti e bruschi del solito, meno attenti ai bisogni di chi sta loro intorno, concentrati su loro stessi e ossessionati dal problema delle vacanze.
E pensare che l’ultima moda è ammalarsi al ritorno delle vacanze, di depressione! Ma allora perché affannarsi a riposare in quei venti giorni di stacco dagli impegni quotidiani, per succhiare avidamente una linfa vitale che potremmo tranquillamente sorseggiare durante tutto l’anno? Carichiamo di aspettative un breve periodo nell’assurda convinzione che lo stacco totale (che non esiste) possa darci l’energia per riaffrontare il lungo periodo che seguirà.
Una madre e un padre si possono forse staccare dagli impegni di un bimbo piccolo completamente? Neanche in vacanza, ma neanche vogliono perdere alcuni degli unici momenti che il loro bimbo può loro donare.
Essere solo è già pesante durante l’anno, in estate diventa insostenibile.
Questo mi dicevo per consolarmi, ma proprio proprio non riuscivo ad accettare l’idea di stare tutto agosto in città.
Tutti sarebbero partiti, i negozi sarebbero stati chiusi, il mio caffè della mattina, dove lo avrei preso, il mio bar chiudeva nelle settimane centrali di agosto. I cinema avrebbero programmato film vecchi di due mesi, in attesa delle uscite di settembre.
Lavoro nuovo, casa nuova, da sola, dopo tanto tempo.
Cercavo i lati positivi: cercavo di convincermi che nella mia mansarda, senza aria condizionata, il mio corpo si sarebbe abituato a sopportare temperature più alte e che avrei sofferto meno il caldo fuori.
D’altra parte è vero, che se l’aria condizionata è in casa, in macchina, in ufficio, nei locali, quando siamo in strada non possiamo più sopportare l’afa che ci avvolge come una stretta sciarpa di cachemire, intorno al collo, ricacciando il nostro alito vitale in gola e affannando il respiro.
Avrei letto qualche libro (qualche decina) e guardato qualche film.
Vedevo già il sole rosso della sera che colorava il pavimento bianco lucido io sdraiata sul mio divano arancio a guardare una bella storia romantica di altri tempi e altri luoghi. Mi vedevo già a placare la mia fame di vita con unte e grosse patatine in sacchetto e appagare la mia sete di condivisione, stimolata dagli eccipienti del mio snack, con un’orrenda coca-cola!
E invece quella estate non andò cosi! Non mi annullai davanti alla televisione che proiettava vecchie storie che finiscono sempre bene; non mi addormentai sul divano con un libro aperto sulla faccia e un rigolo di saliva all’angolo della bocca, non ingrassai con patatine e coca-cola.
Decisi che avrei egoisticamente condiviso la mia solutine estiva e di vita con un amico a quattro zampe.
Frida è un’altezzosa cagna senza pedigree, che elegantemente cammina eretta e subdolamente mangia le ciabatte di casa.
E’ iniziato tutto come quando si compra la tessera per dieci ingressi in piscina, per costringersi a fare almeno dieci vasche a settimana. Così, pensai, dovrò fare la spesa, accudirla un po’, avrei avuto una cadenzialità della giornata diversa da quella dettata solo dalle otto ore lavorative d’ufficio.
Il parco vicino a casa con il nostro amico preferito, popolato solo da qualche anziano in cerca di refrigerio sotto le grandi piante e da qualche “senza casa” in cerca di una panchina su cui riposare tranquilla.
Il silenzio della città in agosto è assordante, ti rimbomba nelle orecchie. Il tempo si ferma in un susseguirsi di ore incantate e congelate. La luce estiva invade, cristallizzando ciò che c’è di animato e rifrange su ciò che è senza vita, palazzi, fontane spente, panchine, i sassi del sentiero.
E io camminavo insieme a questa moltitudine di niente, assorta nei pensieri sussurrati alla mia mente.
Frida, davanti a me si ferma e ringhia. Dal viottolo laterale, a tutta velocità irrompe una bicicletta che frantuma l’incanto in una nuvola di polvere, con una frenata per evitare il mio cane.
Il ragazzo sulla bici mi guarda accigliato, lui, ed io cosa dovrei dire: stava per travolgere la mia Frida e ha distrutto l’incanto che avevo dipinto per coprire il brutto della Milano in agosto. E poi se ne va.
E’ sabato e anche chi è rimasto in città fugge per il week-end. Io no. Fa caldo decido di andare alla Triennale, c’è sempre qualcosa di nuovo oda vedere.
Poche persone alla mostra: qualche straniero io e un ragazzo, più o meno la mia età, mi sembra. Alto, moro, capelli arruffati, le mani in tasca. Un bel personale, penso.
E’ ferragosto e una collega organizza una cena, cui mi invita. Ci vado. Lei è simpatica, ha una casa non molto grande, ma arredata con gusto. Poche cose, però belle e ben combinate tra loro. Probabilmente tutti i milanesi rimasti in città sono a casa sua.
Quando arrivo c’è già molta gente.
Entro e l’odore della gente punge le mie narici, il rumore delle persone affolla la mia mente e i miei occhi si socchiudono per vedere attraverso le braccia e le facce. Esco sul terrazzino, perché mi sorprendo a sentirmi soffocare. Qualcuno ha già avuto la mia idea.
È il tipo della mostra, mi sembrava di averlo già visto, forse è anche lo stesso del parco, quello della bicicletta. Non ama la folla e rifugge il rumore della gente di tante persone che festeggiano schiamazzando, il fatto di stare insieme. Io non conosco nessuno e preferisco ambientarmi con me stessa prima di ambientarmi con gli altri.
All’inizio lui è molto restio, stitico di parole e poco propenso alla conversazione. Io volevo stare fuori e parlavo, chiedendo e cercando di sincronizzarmi con lui, ma non riuscivo a trovare la frequenza.
Un segno che lo avessi incontrato tre volte nel giro di pochi giorni, lui non se ne era accorto. Lo avevo notato alla mostra e ora lo trovavo a una festa di sconosciuti. Avevo l‘impulso di parlargli.
I segni sono quegli accadimenti che ti fanno presagire qualcosa. I segni sono quella forza che leggiamo nel nostro intorno e che ci spronano a proseguire nella direzione verso la quale protendiamo e ci aiutano, attraverso un’autosuggestione a positivizzare la visione del momento. Cazzate!
Comunque il mio impulso non era particolarmente corrisposto e la conversazione era spenta.
Gli chiesi dove abitasse e mi disse che stava cercando casa, come se in quel momento non abitasse da nessuna parte!
Per una fortuita coincidenza, l’appartamento di fianco al mio era libero, un colpo di fortuna che ravvivò, anzi creò un interesse nei miei confronti. Ci salutammo scambiandoci i numeri di telefono con la promessa di sentirci….per l’appartamento.
Cosi fu, mi chiamò, lui due giorni dopo e lo misi in contatto con la ex proprietaria del mio appartamento, che possedeva anche la mansarda di fianco alla mia.
Il primo appuntamento fu un aperitivo offerto per ringraziarmi di avergli fatto trovare casa. Poi tutto finì per un po’ di tempo. Non sapevo se cercarlo e non avevo idea di come incontrarlo, ma sapevo che a breve si sarebbe trasferito vicino a me. Non lo cercai, lui non mi cercò.
Quando, poco tempo dopo si trasferì, iniziai a vederlo sempre più spesso. L’esta era passata e la routine riiniziata.
I cenni di saluto divennero parole, le parole frasi e gli incontri casuali si moltiplicarono; al bar, al supermercato …. Nel locale spazzatura.
Una sera, Frida ed io stavamo uscendo per una passeggiata, lo incrociammo. Facemmo un tratto di strada insieme.
Iniziai ad accorgermi che mi piaceva quando cominciai ad ascoltare i rumori per capire quando e poter “casualmente” uscire con lui; quando al bar lo cercavo sperando che arrivasse per bere il caffè con lui, quando arrivai a bussare per farmi dare del burro. Lui, gentile non rispondeva alle mie azioni in sordina.
Poi una sera dopo il lavoro ci trovammo sulle scale. Era in mezzo alla settimana. Ero stanca e avevo i tacchi alti e i piedi che mi facevano male. Io tornavo da una trasferta di lavoro e avevo lasciato Frida da mia sorella. Due parole di convenienza e finalmente in modo naturale e inaspettato l’invito per un aperitivo. Accettai naturalmente, la stanchezza svanì in un istante, ma le scarpe le tolsi, per indossarne un paio più comode.
Due ore piacevoli trascorsero chiacchierando, verso le 2030, la musica del locale divenne più alta e per parlare ci dovevamo avvicinare e parlarci nelle orecchie….ogni parola era un brivido, evitavo cosi di guardarlo negli occhi per non fargli leggere queste sensazioni che non sarei riuscita a mascherare.
Usciti dal locale, ci dirigemmo verso casa e già la nostra conversazione verteva sui nostri inesistenti partner.
Sulla porta di casa, imbarazzata gli dissi che ero stata bene e lo ringraziai. Non lo guardavo negli occhi, imbarazzata e spogliata di me. La sua mano sotto il mio viso delicatamente fece salire i miei al suo sguardo e mi baciò, finalmente. Bello, bellissimo.
Una cena e qualche pranzo insieme dopo, facevamo coppia. Era passato quasi un anno da quando ci eravamo visti la prima volta. Qualche tempo dopo, pensavamo di fare una unica casa delle due mansarde attigue.
L’estate a Milano ora non mi sembrava più cosi spaventosa; non era così tragico addormentarsi con il libro sulla faccia, se poi lui dolcemente me lo avrebbe tolto. La prospettiva di ogni cosa cambia quando sono quattro gli occhi con cui si guarda alla vita.
Era primavera e non sapevo se sarei riuscita ad arrivare all’autunno. L’estate mi aveva fatto riscoprire il bello di stare con se stessi, l’autunno portò i colori della mia passione e l’inverno il desiderio conoscersi.
Tornò la primavera e l’amore si scoprì e l’estate successiva coronò l’unione di noi due con l’unione delle due mansarde attigue e ci regalò la summa dell’amore, che si sarebbe concretizzata nella primavera di nove mesi dopo.