CON I CINQUE SENSI

Pubblicato il da stefy.stefy

Dinanzi a me una piccola tovaglietta colore della canapa, ma di una trama fine e di una fattura delicata; una scodella, ma quadrata, un calice colorato del rosso di un vino umbro corposo.
 
Nella ciotola il verde il rosso e il bianco e poi, le noci.
Su una piccola alzatina, un delizioso vassoietto bianco di quelli usati nei ristoranti giapponesi, e sopra, appoggiate, tre fette di pane casereccio scuro e due quadratini di focaccia. A fianco, sempre nel mio quadrato di spazio, una piccola bottiglia di olio buono e saliera e pepepiera.
 
La gente intorno a me parla straniero.
La gente di fianco a me veste cravatta e giacca, camicia a righe o bianca. Chi ho intorno  si affretta eppure ha tempo.
 
Ogni tanto risuona l'annucio a voce chiara e un pò metallica.
 
Io siedo su uno sgabello, alto, ad un bancone, accordato con l'alto della seduta.
 
Qualcuno mi guarda, tutti o quasi  mangiano in silenzio o parlano al vento dei microfoni di cellulari nascosti, avvicinati da auricolari senza fili che non si vedono.
 
Mi guardano e io sorrido, ma perchè la benevolenza aiuta la confidenza, perchè il sorriso apre e perchè siamo tutti più belli quando sorridiamo.
 
Mi guardano e mi accorgo che poi distolgono lo sguardo se io sorrido, per rifugiarsi nel loro colorato piatto leggero.
 
Eleganti, poco stanchi e composti, alcuni. Eleganti, ma usati dal giorno altri. La cravatta è volata nello zaino, la camicia è aperta e sborsata, la giacca è spostata.
 
Io guardo, io mangio, io non parlo, io non guardo il telefono, io non accendo il computer, io osservo e sorseggio il delizioso vino rosso che ho scelto.
 
Cerco i gherigli di noci della mia insalata e scarto il tonno che mi ha già stufato. Assaporo i dolci pomodori e le saporite mozzarelline. Le olive e i fagiolini sono deliziosi.
 
 
E quando sollevo il calice, il vino all'interno dondola e, la forma profonda e copposa del bicchiere fa montare l'aroma dell'ebbrezza, che odorosamente prepara il palato ad accoglierne il gusto.
 
Il signore di fianco a me ha un profumo pungente e inondandante; invernale, ma siamo in primavera; penetrante, come la sua barba che è tanta e diffusa e dominante, come sembra lui.
 
Non si gira, non mi guarda, è ben scostato, rinchiuso nel suo spazio.
 
E sempre più, mi accorgo che le persone si muovono nel loro spazio, non lo oltrepassano, faticano a contrarlo e, tipo cuscinetto, lo usano per tenersi distanti dalle altre persone.
 
E io mi tocco intorno e non sento il mio, ma chiaramente percepisco il loro.
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