INCOMPIUTO
Non ci avevo più pensato, non lo avevo più ricordato, lo avevo rimosso del tutto; ma quel giorno, passando davanti alla vetrina del nuovo negozio della mia nuova città, vidi qualcosa che, come un pugno nello stomaco, mi proiettò indietro nel tempo al periodo del liceo.
Avevo più o meno 18 anni e tante spese.
Le mie uniche entrate erano gli spiccioli che mi davano i miei e i soldi che guadagnavo con le lezioni private e i bimbi che curavo. Avevo un paio di famiglie del vicinato che, sporadicamente mi chiamavano per passare tranquille serate davanti alla tele, a sorvegliare i bimbi che già dormivano e che, nella stragrande maggioranza dei casi avrebbero continuato a dormire.
Attraverso uno dei miei contatti abituali, una nuova famiglia, da poco trasferita lì, mi chiamò per la sera successiva.
Accettai. Arrivai in questa bella casa, grande e ben arredata. Ordinata e pulita; talmente immobile nel suo ordine, che sembrava immortalata in una fotografia.
Televisore 50 pollici, schermo piatto, dvd con un infinita raccolta di film, frigo doppio in acciaio ad accesso libero.
Loro, due personcine carine. Lei magra e proporzionata, pulita ed elegante, nel suo abitino rosso, con scarpe, cintura e borsa bianca e un filo di perle al collo; biondina, capelli corti, perfettamente in ordine nell’effetto stile-scompigliato.
Occhi scuri che guardavano attraverso, ma sembravano vedere poco.
Voce basse e poche precise parole. Unghie perfettamente laccate trasparenti.
Lui alto, un pò curvo, taciturno e accomodante. Pantaloni scuri del vestito e camicia aperta sul petto, per nulla sgualcita. Mani in tasca sguardo a terra; indaffarato a cercare le chiavi. Bell’uomo, oggettivamente, comunque elegante, ma per nulla disinvolto nei suoi movimenti e per niente ambientato nel suo habitat.
Si dice che non ci debba fare una impressione sbagliata al primo incontro, ma umanamente siamo portati ad analizzare chi abbiamo di fronte e a basarci sugli elementi che abbiamo: l’aspetto fisico e le sensazioni trasmesse, la decodifica dei codici comportamentali, rielaborata dalla nostra esperienza vissuta, inevitabilmente porta a preconfezionare un’opinione. La forza e la capacità di modificarla nel tempo, con l’aggiunta degli elementi che arrivano ad arricchire e completare, è una azione che dovrebbe essere compiuti, ma che non tutti riescono a fare.
Rapidamente mi hanno mostrato il bagno, la cucina, il soggiorno. Di sopra le camere. La bimba, già dormiva e, a loro dire, improbabilmente si sarebbe svegliata. Meglio.
I loro recapiti in caso di bisogno, un paio di informazioni tecniche sul funzionamento della tv e del dvd e l’indicazione di una splendida lampada focalizzata su una poltrona singola, se avessi preferito aspettarli leggendo.
Gentili di una gentilezza cortese e cordiali di una cordialità calcolata, mi comunicarono l’orario previsto di rientro, di lì a tre ore e così fu. Precisi alle 00:00 erano a casa. Un paio di domande di rito: “si è svegliata Giulia”, “no”, risposi, soldi, saluti e via.
Lavoro comodo, facile e… in mezzo alla settimana, il massimo.
Avevo guadagnato per guardare un bel film su un grande schermo, seduta su un comodo divano.
La settimana successiva mi richiamarono e il mese dopo anche, un paio di volte.
Sempre erano stati soldi facili senza complicanze.
Dopo un paio di volte iniziarono, anzi lei iniziò, a sciogliersi un po’. La sua fredda cortesia, si profondeva in timidi accenni ai miei studi e alle mie attitudini. L’accenno di apertura, comunque, subito si chiudeva se le mie risposte andavano oltre la semplice chiarifica della domanda posta e la smorfia sul lato della bocca faceva capire quanto poco gradito tutto ciò che non veniva chiesto, fosse.
Alla quinta volta da loro, quasi mi sentivo in difetto di prendere i loro soldi per stare seduta sul divano a guardare il loro televisore e bere la loro coca cola.
Dalla cucina dove avevo preso qualcosa da bere andai in bagno e poi decisi di salire sopra a vedere se la bimba stava bene. Salii e non entrai a destra nella loro camera, ma mi diressi verso la cameretta. La porta era accostata, mi affacciai e la vidi li nel suo lettino che dormiva. Nn entrai in cameretta per paura di svegliarla.
Anche al piano di sopra il silenzio innaturale ridondava nell’ordine e nella perfezione di una casa incantata, come nella storia del “la bella addormentata nel bosco”, quando il regno si addormenta con la sua principessa Aurora e tutto resta congelato, fino a che la principessa non si desta e allora tutto inizia a rivivere e il mondo a girare e il tempo a scorrere.
Ancora una volta, precisi, di rientro, alla consueta domanda “tutto bene?” “si è svegliata?” dovetti rispondere di no, poi soldi, il grazie di rito e i saluti.
Due settimane dopo, mi chiamarono, per un martedì sera, un evento di lavoro, mi dissero.
Mi presentai, solita ora, soliti convenevoli distaccati e cordiali. Accesi la tele, c’era un thriller che iniziai a guardare.
Sentii un rumore e mi spaventai, carica della suspense del film che stavo guardando. Mi pareva provenisse da sopra. Pensai che avrei dovuto finalmente guadagnarmi i soldi che ricevevo e mi diressi su.
Accesi la luce del largo corridoio, soffusa, quasi ovattata. Andai veloce verso la stanzetta e spinsi la porta. Quando entrai una luce fortissima mi investì. La cameretta era tappezzata di foto a colori sgargianti della bimba che giocava, seduta, che camminava, nel parco, che piangeva e che rideva.
Per un attimo la forte luce i colori mi assordarono tanto da farmi fischiare le orecchie, mi stordirono.
Poi guardai la bimba che dormiva nel lettino, mi avvicinai, sorridendo della serenità e della pace del sonno dei bambini, turbato solo dai sogni.
Mi avvicinai e mi chinai su di lei……