LO SPECCHIO DI SE'
Era un giorno come tanti altri non più soleggiato, né più freddo. Era un giorno di primavera, c’era vento e il sole faceva appena capolino dietro poche nuvole chiare.
Sdraiata sul letto guardava gli alberi del lungo viale.
Flora si sentiva stanca e affaticata, avvolta da un senso di fiacchezza. Niente di fisico, era un torpore inconscio, che pervadeva tutto il suo corpo dandole una sensazione generale di malessere. Forse aveva solo mangiato un po’ troppo e ora si sentiva appesantita.
Tutto cominciò a sembrarle molto sfocato, poi piano piano si rischiaro’….ora guardava fuori dalle finestre di casa sua, la sua vecchia casa, la sua prima casa: vedeva i bambini giocare. Erano le vacanze di Pasqua. Durante quei giorni avrebbe dovuto studiare, ma quel pomeriggio proprio non ne aveva voglia.
Quanto tempo era passato da quando frequentava le scuole superiori, ma ciò che realmente era passato era lei.
Non riusciva a ricordare, come era al tempo delle scuole superiori.
Era grassa? era sciocca?, carina forse? Più intelligente di quanto non si sentisse ora?
Era una sensazione bruttissima, essere persa nel vortice degli anni e non ricordare nulla.
Ricordava tutto: gli anni di università e quelli successivi, la sua vita privata, ricordava perfino gli amici di infanzia. Ciò che non riusciva a rammentare erano gli anni della scuola superiore.
Si rivedeva seduta alla scrivania a scrivere e a leggere ciò che le avrebbe permesso di vivere agiatamente in futuro.
Poi non ricordava più nulla. Veloce la sua mente tornò agli anni di università. Fare la studentessa era conveniente ed oltremodo eccitante: il confronto con gente della propria età, scegliere dove e con chi stare, “impegnarsi” nei temi della vita, affrontarli teoricamente, perché ancora praticamente non si conoscono; studiare e imparare molte cose.
Il periodo dell’università era stato sicuramente il più bello della sua vita: sufficientemente grande per fare tutto senza dovere chiedere il permesso, abbastanza giovane per ridere all’avversità della vita e ancora così spensierata da vedere solo il cielo celeste, senza scorgere le nuvole.
A novanta anni, se si è abbastanza fortunati, si è vista una buona parte di ciò che c’è da vedere e si può tranquillamente vivere del ricordo di fantasie che galleggiano su prati verdi di una vita passata, ma non ancora finita: questo succedeva a lei, che dal suo letto di invalida si perdeva sorridente nel ricordo dei tempi andati.
Ogni giorno la sua stanza sembrava tuffarsi in un mondo di colori pastello che dipingevano una vita di piaceri e soddisfazioni.
Dopo l’università fu subito chiamata da un periodico per cui iniziò a scrivere articoli di taglio sociologico. Un’unione riuscita la loro. Si erano subito amati e fino alla dipartita di lui. Quante cose avevano fatto insieme. Amavano l’opera, i colori forti, il cinema e stare sdraiati con una tazza di te o sul divano a guardare una vecchia commedia italiana.
Commedia le chiamano, ma sono tutt’altro. La commedia è una falsata rappresentazione della realtà, divertente e a lieto fine. Le commedie che amavano loro erano velate della tragicità che rasenta l’eccesso, rendendo la rappresentazione amorevolmente esilarante e malinconicamente reale.
Lei amava leggere e scrivere e, ancora di più le piaceva rileggersi:
“…l’amore è una nuvola che si forma con il vapore dei sospiri: se il sospiro svanisce, l’amore diventa un fuoco che brilla negli occhi degli amanti; se venti contrari spengono il fuoco, allora l’amore diventa un mare che si alimenta nelle lacrime….”
Talvolta era la musicalità delle parole a darle piacere, tali altre l’indole del personaggio. I suoi personaggi si perdevano in mondi che non appartenevano loro, cui loro non appartenevano.
I suoi personaggi erano mediocri, nell’accezione sua di mediocrità, diversificata dalle diverse età della vita.
Quando si è bimbi si è fortunati e non la si percepisce e non la si vive. Essa è fuori dalle loro menti libere dal confronto e dal pregiudizio.
Nell’età adolescenziale si è forse un po’ tutti mediocri: è il senso di smarrimento che si prova quando si sta con altra gente e la incapacità di trovare il proprio posto, il percorso verso il proprio io.
Nella fase pre-adulta tra i 20 e i 30 anni, una persona mediocre è quella che non pensa a niente, non ha hobbies, non ha interessi, perché evitando di pensare, si lascia trasportare dalla vita, ma non la partecipa.
Infine nell’età adulta una persona mediocre è una persona che apaticamente vive la propria esistenza, non riesce a trovare nulla di interessante nel proprio lavoro, ha una casa che considera mediamente soddisfacente. Si sente soddisfatto di sé semplicemente perché non si pone domande.
Il filo conduttore della mediocrità è l’assenza di interesse per la propria persona e l’insicurezza entro cui si rinchiude per sfuggire al confronto diretto con coloro che ci circondano.
La paura di non essere accettati spinge a rinchiudersi in se stesso e a schiacciare i propri pensieri, cosi il cerchio ci cinge, rendendo la vita una distesa stepposa con radi arbust,i sempre più irraggiungibili e irreali.
Questi pensieri, queste riflessioni, che si affollavano in testa rincorrendosi e richiamandosi, le facevano pensare di sentirsi soddisfatta di se stessa, lei non era stata mediocre. Era vero, non voleva sembrare presuntuosa, la sua paura per una vita arida e vuota, la avevano portata a pensare ed interrogarsi.
Certo ricordava tutto, tranne i suoi anni alle scuole superiori. Fece uno sforzo. Sentiva le voci, ma non vedeva le immagini di quegli anni.
Aveva più volte raccontato e ricordato dei pomeriggi in discoteca dei vestiti e dei dischi. Andava discretamente a scuola, non benissimo, un periodo spensierato quello, intensamente vissuto. Era l’anima delle feste e lo spirito guidante degli eventi.
Si addormentò con il sorriso sul viso e una generale sensazione di benessere.
Il sonno fu agitato. Sognò di una ragazza goffa e impacciata, ma molto intelligente, brava a scuola; timida e insicura, certo non di compagnia. Aveva un viso dolcissimo e modi molto affabili, poco consoni alla sua condizione di adolescente. Aveva poche amiche e quelle che frequentavano non contavano: non erano invitate alle feste, uscivano poco e non vestivano alla moda; non avevano quell’aspetto un po’ trasandato proprio delle teen-ager che nella loro trasandatezza sono sempre a posto.
Lei e le sue amiche si facevano notare poco.
Da spettatrice esterna, quale si sentiva, Flora, pensava che questa ragazza non avrebbe avuto ricordi piacevoli quando fosse stata vecchia come lei, si ritrova a spronarla con la mente ad incitarla a partecipare. Non vedeva questa ragazza, che aveva ciò che più importava: un’intelligenza fervida e frizzante e buone amiche, poteva sentirsi forte di sé.
Ma a quella età non conta sapere ragionare, sono altre le cose di cui vantarsi e sentirsi pieni.
Piano piano, come un obiettivo fotografico che mette a fuoco, Flora prese coscienza del fatto che nulla di quello che aveva raccontato e che ora faticava a ricordare era vero: lei era stata una ragazza taciturna, fuori dalla vita divertente, che andava bene a scuola. Era stata una ragazza normale, nel suo diario annotava sogni e pensieri, ma non esperienze. Allora anche lei forse era stata mediocre e come tante era passata inosservata. Un profondo sconforto la prese, non perché una parte della sua vita non fosse stata eccitante, ma perché solo ora vedeva la realtà. Per tutti quegli anni si era stata convinta di avere vissuto una bella età. Anche adesso ancora cercava di convincersi che la scelta di emarginarsi dall’ambiente fatuo e superficiale era stata sua, ma sapeva che non era cosi. Si sentiva profondamente a disagio.
Aveva ripudiato il periodo della sua vita, lo aveva rimosso e ne aveva costruito uno che più le piaceva, cambiando la sceneggiatura del suo film.
Cominciò allora a chiedersi se non avesse modificato in meglio tutti ricordi della sua vita. Cosi amaramente doveva morire? Con l’atroce dubbio di avere giocato un ruolo non suo, di avere ricordato una vita raccontata, ma mai vissuta? Stava mettendo tutto in discussione.
Ci pensò intensamente e concluse che non poteva mettere in discussione tutto ciò che aveva vissuto, per un ricordo deviato dallo sconforto e sicuramente peggiorato da un revisione severa e pensò che non le avrebbe fatto male vivere a modo suo gli ultimi giorno della sua vita, ricordandone gli avvenimenti un po’ rivisitati.
Ormai non distingueva più la realtà dalla fantasia.
Provate voi, ora a ricordare qualche periodo della vostra vita più o meno piacevole: rammenterete ciò che più vi piace ricordare, tralasciando i particolari più imbarazzanti o più dolorosi, perché ciò che rimane è l’esperienza positiva di quello che abbiamo attraversato, che ci nutre della sua linfa spronante e ci ricorda che in ogni cosa c’è qualcosa da recuperare.
Cosi ci si trascina in un’esistenza candida e immacolata da sbagli, cullandosi nella beatitudine della più completa soddisfazione, senza ricordare quell’amarezze che ci hanno permesso di apprezzare le gioie della vita.