Django unchained
Questo film riesce a fare approvare tutto ciò che di più immorale si può immaginare: uccidere per denaro, mentire, ingannare, soffocare i propri istinti fino a renderli invisibili, per raggiungere uno scopo definito. Se amate Quentin Tarantino, non potete non andare a vederlo. C’è il razzismo e la sottomissioni di Bastardi senza Gloria; c’è la violenza di Pulp Fiction; c’è la mediocrità di Jackie Brown e l’ironia de Le Iene. Se amate gli spaghetti western, vi piacerà; se amate l’ironia e l’arguzia non potete mancare; se credete che “il fine giustifichi i mezzi”, vi ritroverete; se pensate che gli ideali debbano essere difesi a costo della vita, vi stupirà; se infine amate le storie d’amore vi delizierà. Django è un po’ tutto questo: è dove la libertà dà la forza di volere morire e l’ardire di non temere la morte. E’ strano pensare che quando si è schiavi non si abbia la temerarietà di affrontare la morte per migliorare la propria infima condizione, che peggiore non potrebbe essere e che, paradossalmente proprio dalla possibilità di vivere liberamente la propria vita e il proprio destino, scaturisca la spavalderia di fronteggiare la morte. Ma è l’amore che spinge il nostro eroe o la volontà di affermazione come individuo? Le due cose. Ma è la consapevolezza di avere una speranza che dà la forza. Un europeo ha saputo dare a Django, la speranza che qualche “chiaro di luna” –citazione dal film per bianco- potesse pensare ad un “negro” come ad un individuo e non ad una merce o ad una materia prima. Sulla base della consapevolezza che esiste la speranza che le cose possano essere diverse, si fonda la forza interiore per cambiarle. L’eroe che emerge dal film di Quentin Tarantino ha una componente idealista di un cinico europeo di larghe vedute e la parte fisica di un possente uomo di fatica, che impara caparbiamente ad agire nel mondo, usando a suo favore tutte le vicende che gli accadono, rivoltando il suo destino e quello di altri. Ha imparato a cogliere le opportunità, ha saputo usare quanto aveva a suo favore. Cosi anche la peggiore delle punizioni inflitte, diventa strumento di riscatto ultimo. Quindi l’eroe che emerge è la coppia, è l’insieme di una forza d’animo devastata dai soprusi e di una mente calcolatrice di un giusto osservatore. Cosa mi è piaciuto: • L’unione di due uomini diversi che hanno fatto che gli scopi dell’altro divenissero propri e insieme hanno ottenuto ciò che volevano. • Il freddo distacco di chi crede fermamente (nel bene e nel male) alle proprie idee e, attraverso quelle vive la propria esistenza, incurante dei giudizi degli altri. E allora forse insieme si fa meglio? E allora forse se si è immuni al giudizio degli altri e si è sicuri di sé e delle proprie convinzioni, si può attraversare il fuoco e abbattere il drago (come Sigfrido e Brunilde)? Forse si; ma Brumilde è una schiava nera che alla fine dell’ottocento parla tedesco; Django è uno schiavo nero che ha cercato di fuggire e che, cosi come ama intensamente, vive di passioni forti; Doc è un colto europeo, cinico, che si prende beffa degli stolti americani; Candie, un facoltoso e arguto uomo d’affari, borioso e supponente; Stephen, un uomo nero perfidamente alleato ai bianchi, di cui è consigliere. Ognuno di questi individui, della storia di Quentin Tarantino ha saputo sfruttare al meglio le attitudini che la vita gli aveva riservato, distinguendosi. Nel corso della storia, l’evoluzione di Django segue l’evoluzione delle vicende: da scapigliato schiavo nero nudo, a vestito uomo nero su un cavallo a fianco della donna che ha scelto. Estremizzando i concetti e esagerando le situazioni, Trantino dà tridimensionalità alle idee, rendendole proprie dello spettatore. Mi è proprio piaciuto.